Blas Roca Rey è un attore di successo, popolare in televisione, apprezzato sia al cinema che a teatro. Attualmente porta in tournée ‘Vincent Van Gogh- Le lettere a Theo’ e‘Calcoli’ e noi lo abbiamo incontrato proprio mentre recitava, all’interno della ricca stagione dell’ERT Friuli Venezia Giulia, questo titolo di Gianni Clementi, applauditissimo in tutte le tappe friulane. Gli abbiamo sottoposto una lunga serie di domande e con grande pazienza e disponibilità ha accettato di rispondere a tutte, affrontando le tematiche più diverse: dal lavoro ai figli, dalla carriera al Covid. Ironico, attento, sensibile, si è dimostrato innamorato del suo lavoro, ma anche cosciente di come l’Arte , che innanzitutto è un modo di essere, possa, vorremmo dire debba, essere strumento di rinascita per il nostro Paese; di come passione ed etica siano doti distintive dell’artista vero; di quanto per calcare con dignità le tavole del palcoscenico, siano importanti il sacrificio, il senso del dovere, il rispetto. Un piacere ascoltare tante risposta senza cogliere il profumo, in altri ammorbante, dell’autoreferenzialità, sentendo, invece, la passione dell’attore, l’affetto del padre, la gratitudine verso i Maestri e la responsabilità nei confronti degli allievi. Una chiacchierata, lunga e divertente, ma anche una lezione di stile.
Lei nasce in una famiglia nella quale l’arte ha da generazioni un grosso ruolo. Suo padre era lo scultore peruviano Joaquin Roca Rey, artista raffinato cui è stata dedicata una interessante antologica, ‘La forma del mito’, qualche anno fa a Roma. Come si è avvicinato al mondo del teatro?
Mio padre era un grandissimo scultore e quella mostra, che venne francamente molto bene, l'ho organizzata io stesso con mesi e mesi di duro lavoro e fatica.
Mi sono avvicinato al mondo del teatro durante un'occupazione del mio liceo a Roma. Erano gli anni della contestazione, il ’77 od il ’78. C 'erano dei corsi autogestiti sulla figura della donna nella pubblicità. Senza soffermarci troppo sui particolari, a me toccò una parte femminile, con una parrucca bionda . Feci molto ridere tutta l'Aula Magna del liceo. Ci fu uno scrosciante applauso e una sonora risata e proprio li ebbi la prima scintilla e pensai: -ma sai che non è brutto fare un lavoro in cui ti applaudono?- ed ebbi la consapevolezza che mi divertiva molto stare su un palcoscenico. Da lì decisi, l’anno dopo, a 17 anni, di fare una scuola privata di teatro dove mi preparai con molto impegno per provare poi aadentrare all'Accademia Nazionale Silvio D'Amico. E l'anno seguente effettivamente fui ammesso. Avevo 18 anni, ero uno dei più giovani del mio corso. Entrai, tra l'altro, con un'ottima posizione: quarto, quindi fu veramente un successone. Mi diplomai a 21 anni, che era più o meno l'età in cui entravano i miei colleghi, quindi sono stato molto avvantaggiato all'inizio della carriera.
Quali sono stati i primi spettacoli che ricorda e quale le ha fatto capire che non avrebbe voluto fare altro nella vita che respirare il profumo del palcoscenico?
Quando cominci a lavorare da ragazzo, tutti gli spettacoli ti sembrano pepite d'oro! Uscito dall'Accademia, uno dei primi spettacoli fu la ‘Mandragola’ di Machiavelli, che mettemmo su con un gruppo bellissimo, che si chiamava la Festa Mobile, composto da tutti compagni di classe della ‘Silvio D'Amico’: Pino Quartullo, Pasquale Anselmo (che poi è diventato un doppiatore numero uno), Franca d'Amato, Alvia Reale, Bruno Maccallini, Maria Paiato. Con questo spettacolo facemmo davvero un piccolo botto e ci divertimmo tantissimo. Dopo quello ne ho fatti veramente tanti di spettacoli, ma spero sempre che quello che ancora devo fare, sarà il migliore.
I suoi familiari l’hanno appoggiata nella scelta di recitare oppure, proprio perché capivano la complessità e per certi versi la precarietà del mondo dello spettacolo, erano spaventati da una scelta professionale così rischiosa?
I miei familiari non mi hanno minimamente ostacolato e non mi hanno nemmeno minimamente spronato. Sono stati fantasticamente neutrali. Sapevano che non era un lavoro facile. Peraltro mio padre aveva un compito molto più difficile del mio, perché fare scultura è davvero molto problematico: perché piazzare una scultura è davvero un lavoro imponente, innanzitutto per i costi di produzione che sono altissimi, poi perché bisogna trovare qualcuno che abbia dello spazio in casa, cheami la scultura e così via. Insomma , è un lavoro molto duro. Da parte mia, ho deciso molto presto, a 16/ 17 anni e non mi hanno ostacolato per niente, ma sono sempre stati molto molto attenti ed orgogliosi di quello che stavo facendo. Mi hanno seguito in tutti gli spettacoli, vedendoli finché hanno potuto.
Lei si è trasferito molto giovane il Italia. Come mai ha lasciato il Sud America per venire nel vecchio continente?
Questo è un vecchio equivoco. Io non mi sono trasferito in Italia con delle particolari motivazioni, semplicemente avevo due anni e mezzo e sono i miei che si sono trasferiti in Italia con me e mia sorella di 9 anni . Quindi non ho operato una scelta autonoma.
Sono cresciuto a Roma e mi considero romano e Romanista sfegatato . La mia cultura si è formata qui a Roma, in un bacino artistico che era quello di mio padree che comprendeva non solo la scultura e gli scultori peruviani e sudamericani, ma tutta la cultura europea. A casa mia da bambino, mi ricordo che c’erano Pasolini, Moravia, Giuseppe Berto. Era una specie di salotto.
Sono cresciuto e mi sono formato in Italia, ma ho delle radici fortissime nel mio paese d'origine, il Perù.
Nel suo curriculum ci sono grandi incontri: Citto Maselli, Muccino, Pupi Avati, De Bosio, la Wertmuller, solo per fare qualche nome. A chi si sente di essere particolarmente grato?
Sicuramente per il teatro ad Aldo Trionfo, meraviglioso regista teatrale mai dimenticato, che entrò in Accademia come direttore quando io entrai come alunno; con lui ho studiato tre anni, ho fatto tutti i saggi alla fine del primo anno, del secondo e quello di diploma. A lui devo anche la prima tournée della mia vita , appena uscito dall’ Accademia. A Lui sono legatissimo anche perché è quello che mi ha insegnato il gioco del teatro e tanti piccoli segreti. È stato veramente un Maestro.
Per quanto riguarda il cinema, sicuramente a Citto Maselli con cui ho fatto il mio primo film a 24 anni. Si trattava di ‘Storia d’Amore’ed ebbe grande successo.
Con Gabriele Muccino ho fatto tanti cortometraggi ,eravamo molto amici e siamo stati tanto, tanto insieme. Adesso ci siamo un po’ persi, ma con lui ho fatto due film e lo considero, per la sua generazione, sicuramente il più bravo direttore di attori che ci sia.
La sua carriera è articolata fra teatro, cinema e televisione. Quale di questi campi sente più affine a sé?
Il teatro. Sicuramente il teatro è la mia casa. Non credo sia passato mai un anno della mia carriera, che ormai è lunga 44 anni, senza fare teatro. Il cinema è un sogno che ogni tanto si è realizzato e la televisione la considero una necessità.
La televisione, anche se ultimamente ci siamo incrociati poco, è sicuramente il mezzo che ti dà più popolarità e dandoti più popolarità ti permette di avere un ‘potere contrattuale’ maggiore anche in teatro, perché la gente ti conosce e perciò gli esercenti ed i circuiti ti prendono più volentieri .
Mi sono costruito, credo, un nome sicuramente di grande pulizia e di grossa stima.
In teatro mi conoscono abbastanza, per cui mi considero privilegiato due volte, perché non solo ho scelto e riesco a fare il lavoro che voglio, ma nel lavoro che voglio riesco a fare quello che mi piace. Questo lo considero davvero un doppio privilegio.
Esiste uno spettacolo del suo cuore e perché?
Sì, esiste uno spettacolo del mio cuore : ‘Le lettere di Van Gogh al fratello Theo’, lo spettacolo più bello che ho fatto. Lo faccio da 7 anni e nei prossimi giorni lo porterò a Roma per la quarta volta, in questa occasione all’OFF/OFF theatre. È uno spettacolo straziante, meraviglioso, che davvero mi toglie l'anima, ma mi dà delle soddisfazioni gigantesche. L'essenza di un artista incompreso, come possono essere incompresi gli artisti di tutte le epoche. Uno spettacolo di grande successo, anche perché poi, oggettivamente Van Gogh è amato da tutti e fare questa parte mi dà delle soddisfazioni enormi. Grande dolore, grande passione, grande fatica, fatica proprio di svuotamento: è lo spettacolo della mia vita, senza alcun dubbio.
Quale invece le ha lasciato dei rimpianti, nel senso che non ha avuto il riscontro che lei auspicava, oppure non le ha permesso di esprimersi come avrebbe voluto?
Non ho spettacoli per i quali nutro rimpianti. Gli spettacoli hanno vita loro, certe volte funzionano di più, certe volte di meno. Ci sono spettacoli che ho fatto per 5 stagioni, altri per una stagione sola, Ecco, quello spettacolo che sto facendo adesso (che è ‘Calcoli, di Gianni Clementi), ha avuto una storia davvero particolare perché l'ho fatto vent'anni fa come attore, prodotto da Ettore Scola, ma era stato rappresentato solo Roma,in due teatri diversi e basta, e ci sembrava davvero uno spreco. E allora io e Gianni Clementi, l'autore, ci siamo riproposti per anni di riprenderlo.
Finalmente, vent'anni dopo, siamo riusciti a farlo quest'estate a Borgio Verezzi. Ho deciso di curare anche la regia perché avevo tante belle idee su questo testo e finalmente adesso credo che abbia il successo che merita, la possibilità di entrare in circuito e di essere visto da più gente possibile.
A quale ruolo del suo vasto repertorio è più legato e quale personaggio vorrebbe non aver interpretato?
Per rispondere è necessario dividere la mia carriera in periodi. Da ragazzo sicuramente Callimaco della Mandragola, come vi dicevo. In età di mezzo, diciamo, c'è stato uno spettacolo che si chiamava ‘Xanax’ di Angelo Longoni. Lo facemmo per 5 stagioni io e Amanda Sandrelli, con cui ho diviso vita e palcoscenico per vent'anni : è stata mia moglie, ho due figli con lei. In quello spettacolo c’erano due persone che rimangono chiuse in un ascensore. Fu uno spettacolo di grandissimo successo. E adesso ‘Vincent Van Gogh- le lettere a Theo’.
Nella sua lunga carriera ci sono stati episodi divertenti che vuole condividere con noi?
Episodi divertenti ce ne sono tantissimi, fra i tanti me ne viene in mente uno molto stupidino ma molto divertente. Noi attori non vediamo l'ora che succedano delle cose impreviste per cavalcare l'onda, per sfruttarle. Una volta mi ricordo che stavo facendo ‘Capitolo Secondo’, una bellissima commedia di Neil Simon con Patrick Rossi Gastaldi. Era la storia di mio fratello, che era Patrick, che tornava dopo due mesi in Europa e trovava la casa gelida, con le ragnatele, quasi abbandonata. Entriamo in scena ed a un certo punto c'è stato un blackout e si è spento tutto. Io, nel buio ,con un tempo molto veloce ho detto, ‘George’ (si chiamava così il personaggio di mio fratello) ‘George, ma ti sei dimenticato di pagare la bolletta?’ e ci fu un applauso scrosciante. Io, da tonto quale sono, ho talmente fatto la coda di Pavone per questa improvvisazione, che quando è tornata la luce e dovevo ricominciare a parlare ,mi ero completamente dimenticato tutto. Per cui, sempre parlando a lui come George, non come Patrick, gli ho detto: ‘Scusa George, ma io non mi ricordo più niente!’ ed a quel punto è partito un ulteriore applauso.
Ma c'è anche altro. In ‘La bottega del caffè’ di Goldoni, mi ricordo un duello con Edoardo Siravo in cui al primo colpo di spada mi partì la lama e mi rimase solamente il manico, praticamente l'impugnatura, e quindi saltai sulla schiena di Edoardo picchiandolo ripetutamente, mentre lui usciva di scena singhiozzando dalle risate. Tutti e due con questo moncone in mano. Ma ce ne sono tanti. Il nostro lavoro, per fortuna, è fatto continuamente da imprevisti.
Viceversa : ha vissuto momenti difficili sul palcoscenico e come ha fatto a venirne fuori?
Sì , sì, ahimè anche molto recentemente. Io l'otto dicembre ho perso mia mamma e per tutta la vita ho avuto paura che prima o poi mi succedesse un lutto in famiglia e che io dovessi salire il giorno stesso in palcoscenico. Ed è successo. Tra l’altro era una pomeridiana ed era uno spettacolo molto comico, il che è la ciliegina sulla torta. I miei colleghi mi sono stati molto, molto vicino. E’ stata una fatica terribile portare in porto questo spettacolo. Alla fine ho fatto un piccolo discorso, in cui mi sono fatto filmare dalle quinte per portarlo ai miei figli (di cui due vogliono fare gli attori), dicendo: ‘ecco, sappiate, pubblico e figli, che chi fa questo lavoro non sono solo dei simpatici clown. Ma oltre avere dei diritti, abbiamo dei doveri. Lavorare seriamente vuol dire anche affrontare questi momenti con professionalità e non tirarsi indietro, perché non possiamo tirarci indietro e dobbiamo tirare la carretta anche in un momento così straziante.’
Questo è stato davvero lo spettacolo più difficile della mia vita.
Lei è un intenso interprete, sicuramente conscio del carisma che ha in scena. Come si prepara ad un ruolo?
Grazie per il complimento. Non ho un approccio anglosassone, americano, ma ho sempre cercato di applicare, ed anche cercato di insegnare, un mio metodo, che prevede idealmente un armadio con tanti sportellini, in ognuno dei quali c'è uno stato d'animo, qualcosa che io ho vissuto, di cui ho fatto tesoro, che è passato attraverso la mia pelle: comico, drammatico, intenso, politico, affettuoso, erotico, quello che è. Ecco, io cerco, ogni volta che affronto un ruolo, di andare a cercare in quello schedario uno stato d'animo, una cosa simile, sorella di quel momento , a cui posso attingere per risultare credibile. Perché io penso che la cosa principale del mio lavoro sia che bisogna essere credibili da una parte e non annoiare dall'altra, perché puoi portare il messaggio che vuoi, ma se tu annoi in palcoscenico hai perso.
Chi , fra i tanti artisti con cui ha lavorato, avrebbe meritato più attenzione dalla stampa e le piace ricordare?
Mi piace ricordare un attore scomparso da poco e con il quale ci siamo rincorsi per anni senza mai riuscire a lavorare insieme, che è Roberto Herlitzka.
Roberto Herlitzka è stato, per quanto mi riguarda insieme a Gianrico Tedeschi (con cui invece ho lavorato), l'attore più singolare e più profondo, unico del panorama teatrale italiano e credo che non abbia avuto il successo che avrebbe meritato, anche per il suo carattere un po’ ostico: era un tipo molto difficile, ma un attore straordinario con cui mi sarebbe piaciuto tantissimo lavorare. Ormai , purtroppo, è impossibile.
Suo figlio è uno stimato musicista. Com’è essere il padre di un artista?
Mio figlio è un maestro accompagnatore. Ha fatto anche il triennio di canto lirico, perché al Conservatorio di Siena non c'era la cattedra di accompagnamento al pianoforte, ma poi ha fatto il biennio di specializzazione e di formazione a Santa Cecilia e si è diplomato, due anni fa, con 110 e lode come maestro accompagnatore e sta cominciando a lavorare . Ha fatto già tre o quattro concorsi dove è sempre arrivato secondo, quindi piazzandosi molto bene. È giovane, ha un talento eccezionale, ha una testa [lo dice sorridendo e con tono affettuosissimo e carico di stima] ‘completamente fuori di zucca’ e penso che avrà una buona carriera. Soprattutto penso che la musica sia stata la sua salvezza, perché non so veramente, con quella ‘testa’, che cosa avrebbe potuto fare.
La sua carriera ha vissuto il fermo legato al Covid. Come ha vissuto quella fase, così difficile per gli operatori dello spettacolo?
Malissimo. È stato un dramma per tutti e ognuno di noi pensa che la sua categoria sia stata la peggiore. Di conseguenza anch'io penso che la peggior categoria sia stata quella degli attori perché siamo stati i primi a chiudere, gli ultimi a riaprire ed è stato davvero molto difficile per noi sia psicologicamente sia economicamente, sia artisticamente. È stato un disastro, però io, tutto sommato, sono riuscito ad uscirne molto bene, perché durante il covid mi ha contattato una radio romana. La radio era l'unica cosa che si poteva fare, anche se con delle limitazioni come le mascherine. Mi hanno offerto di raccontare delle storie. All’inizio non sapevo bene che pesci pigliare, poi ho cominciato a scrivere delle storie di quattro minuti e mezzo, perché questo era il tempo destinato . Erano storie rigorosamente vere, di artisti, partigiani, paraolimpici, sportivi, amici, sconosciuti.
Hanno avuto molto successo. Io ho un podcast che si chiama ‘ Il mondo di Blas’ su Spotify dove ci sono tutte 91 le storie .
Sono stati editi due libri, uno si chiama ‘ Il mondo di Blas’ ed il secondo ‘Storie di ordinaria magia’, dalle quali, addirittura è nato anche uno spettacolo che si chiama ‘Storie di ordinaria magia’. In questo spettacolo io racconto queste storie, mentre mio figlio Rocco canta e suona .
Sono storie bellissime, quindi, tutto sommato, dal letame è nato un fiore.
In ‘ Calcoli’, lo spettacolo che sta portando in tournée , lei firma anche la regia. Come è stato il passaggio da interprete a regista?
Non è la prima regia che faccio, ma questa è la prima importante nella quale ci sono anch'io come interprete: questa è stata la vera scommessa!
Era un testo, come dicevo prima, che conoscevo molto bene, avendolo interpretato vent'anni fa.
È uno spettacolo che giudico sia riuscito molto bene. Mi piace molto lavorare sugli attori ed ogni tanto dovevo far salire l'aiuto regista in palcoscenico per vedere quello che succedeva, perché è uno spettacolo particolare, in cui io sono spesso legato a una sedia e quindi dietro di me succedevano delle cose che non riuscivo fisicamente a vedere ma che era necessario che conoscessi.
Il rischio è stato che ero talmente innamorato di questa regia, che ogni tanto mi distraevo dal mio essere anche uno degli attori.
A un certo punto ho dovuto concentrarmi anche su di me perché per guardare gli altri trascuravo la mia interpretazione e non volevo farlo perché ‘Calcoli’ è un testo che io adoro .
Che tipo di rapporto si viene a creare fra lei e gli interpreti degli spettacoli che dirige? Come si pone nei loro confronti?
Io sono attore, adoro gli attori e conosco gli attori . Quindi la cosa principale è metterli in condizione di divertirsi. Voglio delle prove in cui ci si diverta; questo non vuol dire essere dei giullari, ma significa divertirsi in maniera intelligente, mettere gli attori nella situazione di poter proporre delle cose, di divertirsi insieme. Vuol dire anche ridere, ma contemporaneamente essere molto seri nel gioco che facciamo. Sono attento ad ogni parola, mi piace scarnificare le battute, dare delle idee . Se poi l'attore mi da’ delle idee sue, sono ancora più contento; se confuta le mie con un'alternativa ancora meglio. L 'importante è che sia una miniera di idee, di fantasia, di voglia, di passione. Ecco, questo mi piace nella regia, oltre ,ovviamente, ad avere un disegno totale che è la firma dello spettacolo in questione.
‘Calcoli’ è un lavoro interessante, che dopo vent’anni non ha perso nulla della sua potenza. Anzi, ci viene amaramente da dire che il testo di Gianni Clementi è stato addirittura profetico. Ci parla di questo lavoro, della messa in scena e dei suoi compagni di palcoscenico?
Sì, è estremamente attuale, viene da dire sciaguratamente attuale. Questo è il motivo per cui io e Gianni Clementi ci riproponevamo di farlo ogni anno in questi ultimi 20: perché era sempre più attuale. È uno sguardo amaro in cui non ci sono personaggi positivi. Adesso non voglio svelare più di tanto, ma si tratta di un quartetto di persone assetate di successo, con un'etica davvero molto superficiale, se non totalmente inesistente.
Mi sono trovato molto bene con gli attori perché li ho scelti io: Pietro Bontempo che è questo personaggio oscuro, mascherato, un albanese che poi si si scopre non essere affatto albanese; Andrea Lolli che è il mio Segretario; Monica Rogledi che tra l'altro è anche la mia compagna.
È stato molto piacevole lavorare con loro. Perché c'è una bella atmosfera.
Ecco, io negli ultimi anni mi sono abituato ‘male’ in teatro, detto con scaramanzia, nel senso che ho lavorato sempre bene, con una buona atmosfera. Non mi piacciono i dissidi. Non mi piace anche perché la vita di compagnia è una vita familiare, tu passi delle ore insieme, non solo in teatro. E vai a mangiare, a scegliere l'albergo, fai ore di viaggio, si sta sempre appiccicati quindi. Se ci sono delle tensioni, delle acredini, diventa difficile e sgradevole lavorare, e siccome io lo considero il lavoro più bello del mondo, non voglio assolutamente che diventi sgradevole.
Lo spettacolo era stato recentemente inserito nella rete degli spettacoli dell’Ert Friuli Venezia Giulia, che prevede le rappresentazioni in teatri di provincia, di piccole dimensioni. Qual è la differenza fra esibirsi in una piccola sala, da cento, centocinquanta posti, ed un teatro da mille spettatori?
Sono tante le differenze. Sicuramente un teatro da 150/200 posti è più raccolto, ti permette un'interpretazione più‘da lente di ingrandimento’. La gente riesce a vedere più le espressioni che hai, la mimica è più contenuta, più raccolta.
Il bello di questo lavoro è che noi siamo come degli elastici: arriviamo in palcoscenici che un giorno hanno un boccascena di 5 m, il giorno dopo di 15. E quindi i movimenti cambiano: un giorno fai quattro passi e prendi una bottiglia, il gioco ne devi fare 8 e la battuta è sempre quella. E questo è il bello del nostro lavoro. Noi siamo davvero in trincea, quando andiamo in tournée. Ogni giorno si fa un sopralluogo e si vede quali sono i passaggi dietro il palco. Certe volte questo è uno spettacolo che ha quattro porte. Certe volte in piccoli palcoscenici avevamo due porte, quindi andava reinventato lo spettacolo. Ma è il bello del nostro mestiere. Quando il teatro è piccolo, è bello perché ha un che di salottiero. Quando le capienze sono più grandi e lo spettacolo va bene, francamente, ricevere una gran bordata di applausi alla fine non è niente male.
Quali saranno le prossime tappe di questo spettacolo che merita assolutamente di essere visto?
Le prossime tappe, dopo Bologna ed il prossimo fine settimana a Roma con Van Gogh, saranno ad aprile al teatro Martinit di Milano. E quest'anno finiamo qui, ma il prossimo anno sappiamo già che lo riprenderemo per più o meno 3 mesi.
Facciamoci del male: Qual è il suo rapporto con recensioni?: le legge o, come faceva il celebre mezzosoprano Giulietta Simionato, le evita?
Non le evito, anzi! Le leggo eccome. Per fortuna , o speriamo per merito, sono sempre abbastanza buone. Il problema delle critiche oggi è che le si deve andare a cercare. Io mi ricordo che quando ero ragazzetto, si andava in edicola all'una di notte, si compravano i giornali e buonanotte. Oggi, in pratica, non ci sono più le critiche sui giornali, adesso ci sono praticamente solo quelle online, quindi è più complicata la veicolazione del gradimento anche di uno spettacolo che funziona. C’è il passaparola ma è molto più farraginoso. Nei giornali non sono più le critiche, ci sono le presentazioni, ci sono i gossip, ma le pagine della cultura dedicate al teatro sono pressoché scomparse ed è un peccato. Molte recensioni mi sfuggono, ma non perché non le voglio leggere, solo perché non sto lì tutto il giorno a cercarle su Internet.
Cosa le piacerebbe vedere scritto in una recensione di un suo spettacolo ? e cosa, invece, le dà più fastidio?
Mi piacciono tante cose. Se lo spettacolo è comico, mi piace si sottolinei l’efficacia dei tempi comici. Se lo spettacolo invece è drammatico, mi fa piacere se vengono colte l’'intensità, la commozione, la profondità di un'interpretazione.
Quando sono il regista, mi piace che si sottolinei se ci sono, come io spero sempre ci siano, un'idea di regia e un lavoro sugli attori.
La cosa che mi dà fastidio è quando ogni tanto, proprio perché ormai sono online, come si dice a Roma, fai tana per Checco. Cioè ti accorgi che chi scrive la critica ha fatto copia /incolla, spesso anche malamente, riprendendo degli spezzoni veri e propri da un'altra critica e ce li appiccica, spesso sbagliando il numero degli interpreti o addirittura lo spettacolo. Perché poi? Insomma, non mi piace il pressappochismo, che impera un po’ dovunque.
Mi scoccia molto quando mi sbagliano il mio nome, io capisco che Blas Roca Rey non sia un nome semplicissimo, ma insomma…. sono 44 anni che io faccio questo lavoro, ormai hanno scritto di tutto: Bliz, Dash, Blaise Pascal, Julius Boca, mi hanno scritto qualsiasi cosa, mi sono un po’ stufato.
Devo dire che negli ultimi 10 anni lo azzeccano quasi sempre. Resiste , Blas Boca Rey che ogni tanto compare, ma non così tanto. Dai e dai, se lo sono imparato. [ridendo] Ormai sono quasi sull'orlo della tomba, ma ce l’hanno fatta.
Quali sono i prossimi impegni?
Il prossimo impegno, oltre a ‘Calcoli’, è ‘Vincent Van Gogh- Le Lettere a Theo’ a Roma. Quest'estate torneremo in giro con Monica Rogledi, con le fiabe di Calvino, un progetto che abbiamo partorito nel 2023 in occasione del centenario, e che continuano a chiederci. E’ uno spettacolo con dei musicisti in scena. È bello perché in ogni posto che andiamo prendiamo musicisti diversi. L’abbiamo fatto con un pianoforte e un clarinetto, con un cantastorie calabrese, con una pianista cinese, con una chitarra . E’ molto divertente, perché va reinventato ad ogni tappa, non ci si annoia mai.
Che cosa le piacerebbe le avessi chiesto ed invece ho taciuto?
Con 25 domande [lo dice ridendo soddisfatto] non vedo veramente cos'altro avresti potuto chiedermi! Diciamo che sono moderatamente soddisfatto.
Infine, ringraziandola moltissimo per la disponibilità e la cortesia, quali i suoi sogni?
I miei sogni sono di riuscire a continuare a fare quello che mi piace.
Il teatro e la cultura stanno davvero passando un brutto momento, a causa dell’arroganza di questo potere che in questi anni , sinceramente ,non bada molto alla cultura, ma anzi la ostacola come fosse un privilegio della sinistra e non vi contrappone degli uomini di destra, forse perché non ne hanno così tanti, ma semplicemente scagliandosi contro la sinistra e facendo più che altro piazza pulita, sostituendo chi c’era con personaggi abbastanza scadenti.
Questo è un dramma per la cultura italiana, perché noi siamo il paese della cultura, del bello da sempre, abbiamo una grandissima tradizione teatrale che andrebbe mantenuta, coltivata, valorizzata. E invece è difficile, ti scontri spesso con la burocrazia che neanche ti chiede bene cosa fai, perché lo fai? Semplicemente ti ostacola, cerca di mettere il bastone fra le ruote.
Addirittura mi ha raccontato un mio collega che uno di questi personaggi, ha detto :’anche mia figlia fa teatro. E’ molto brava. Adesso sono andato a vederla a teatro che faceva’ le due sorelle’ di Cechov’. Ora non è che tutti devono conoscere Cecov e le sue tre sorelle, ma che un signore vada a vedere la figlia e dica che la figlia ha fatto ‘Le due sorelle’ di Cecov, ti viene da pensare o che ne hanno uccisa una, o che quel signore, come si dice a Roma è un peracottaro.
E quindi considero il mio lavoro un lavoro di trincea. Ma non mollo, non mollo.
Un ultimo sogno, è che i miei figli (che sono quattro, di cui una bambina piccolina, dueche sono attori ed uno che fa il musicista), possano avere quantomeno quello che ho avuto io, che è tanto.
Ecco, come ultima cosa, ricordo di aver letto che c'era un grande albero di Natale alla stazione Termini, dove ognuno metteva il suo desiderio per Natale e ce n'era uno bellissimo che diceva: ‘caro Babbo Natale, ti chiedo di non togliermi quello che già ho’.
Mi sembra una buona frase per chiudere l'intervista.
Gianluca Macovez
28 marzo 2025